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Lun, 27/08/2018 - 14:05
Questione di sicurezza e di coscienza
È una strage, senza fine. Consumata quasi nell’indifferenza. È una strage, senza fine. Consumata quasi nell’indifferenza generale, tra la visione di immagini raccapriccianti, lamiere contorte che hanno sfigurato corpi, parenti distrutti dal dolore, segni dei “rilevamenti di rito”msull’asfalto, carri attrezzi che portano via quel che resta di auto accartocciate e insanguinate. E carri funebri, tanti carri funebri, troppi carri funebri. Tanti morti, troppi morti. Non si può assistere impotenti e rassegnati, bisogna studiare, capire, analizzare ed affrontare le cause che stanno facendo crescere gli incidenti stradali mortali in Sicilia. Già le statistiche del 2017 segnalavano un aumento della mortalità nell’Isola, dopo che negli anni precedenti c’erano stati segnali positivi e significative riduzioni. Qualcosa, insomma, sta rendendo sempre più pericoloso guidare sulle strade siciliane. Che cosa? Le strade, innanzitutto, questo è certo. La situazione di quasi tutte le arterie, grandi e piccole, dalle autostrade, alle tangenziali, dalle circonvallazioni alle strade provinciali e comunali, è un autentico disastro. La Regione proprio venerdì scorso ha convocato Cas, Anas e Protezione civile per fare il punto sullo stato di salute della nostra viabilità. Agonizzante, coma profondo, altro non si può dire. Anas sta investendo con gli interventi #bastabuche e con lavori in corso, per esempio, sulla Catania-Palermo. Il Cas non ha un euro e va verso la chiusura. Ci sono autostrade in condizioni penose, trappole per gli automobilisti. Dalla Messina-Catania alla Catania- Siracusa-Gela, con tratti quasi impercorribili. E poi le strade ribattezzate della morte, dalla Catania-Gela, alla Catania-Ragusa, sino alla Agrigento- Palermo, per ricordare le principali. Un disastro. La Regione ha chiesto un impegno straordinario a chi deve occuparsi di intervenire per la messa in sicurezza, ma ci vuole una barca di fondi e un bel po’ di tempo per riuscire ad avere un quadro meno critico. E nel frattempo? Nel frattempo toccherebbe agli automobilisti offrire un contributo per abbassare quel livello ormai elevatissimo di rischio. Come? Con un esame di coscienza che serva a comprendere che le strade faranno pure schifo, ma non sono, comunque, circuiti di Formula 1. Su quelle maledette strade elencate mille volte, si muore perché mancano i requisiti elementari, spesso, per la sicurezza, ma si muore perché incoscientemente troppi corrono, sorpassano, azzardano manovre proibite. E qui non stiamo parlando più di automobilisti incoscienti, ma di potenziali killer, kamikaze, gente che rischia di uccidere se stessa, chi viaggia sulla sua auto, chi potrebbe finire sulla traiettoria della sua follia. Su questo bisogna intervenire. Più polizia stradale, più carabinieri, più autovelox che impongano velocità giuste e di sicurezza. E, poi, i deficienti che usano i telefoni, che digitano, parlano, chiamano, rispondono, mandano e leggono messaggi. Deficienti e assassini. Serve una legge che consenta il ritiro immediato della patente a chi usa il telefono in auto, senza deroghe, senza titubanze, senza pietà. Il ministro Toninelli ha detto che sta valutando l’ipotesi del ritiro della patente per chi parla al telefono. Lo faccia, subito. Questa è un’emergenza, una trappola mortale in cui chiunque rischia in qualsiasi momento di potere essere schiacciato. Ritiro, senza pensarci su, ministro, se fa sul serio.

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