sabato, 28 gennaio 2012

SE LA RABBIA ROMPE IL SISTEMA


C’è rabbia e rabbia. C’è quella tollerabile perchè scorre sui binari del sistema, la si controlla più o meno, si sa da dove parte, si sa dove arriva e c’è, da parte di chi viene persino contestato, anche la consapevolezza che, alla fine, dialogando, parlando, mediando qualcosa di buono se ne trarrà persino in propaganda per la propria causa.
Guai, invece, se la rabbia esce fuori da quedi confini, se parte da chi non è esattamente allineato e coperto, da chi è difficilmente riconducibile a un partito, a un capetto, a un leader. O, peggio, se qualche riferimento politico c’è, ma è di quelli che, piacciano o si detestino, risulta davvero difficile governare. Metti, per puro esempio, un movimento di estrema destra, metti.
Così sta andando con i Forconi nell’Isola, gente che promette di menar le mani da mesi, ma trattandosi di brava gente non lo ha mai fatto e mai, speriamo, ci arriverà. Se volete saperlo nella maggior parte dei casi è gente che si è vista portare via campagne e piccole prorietà da chi è stato incarico dalle istituzioni di riscuotere tasse non pagate. Stranamente, però, il soggetto che ha acquistato le cartelle esattoriali le ha pagate una cifra irrisoria, mentre agli agricoltori sono arrivate cartelle con interessi proibitivi. Dicevano ancora qualche settimana fa: “Perché questo Stato ha venduto i debiti Inps a Unicredit con l’interesse del 10%. Poi Unicredit li ha offerti a noi agricoltori prima con lo sconto del 30%, ora del 40%. Ma perché, domandiamo, lo Stato non praticava a noi quella percentuale del 10% di pagamento sui debiti contratti per la crisi del mercato?”.

Già, perchè? Ecco chi sono i Forconi, per esempio, gemellati con i pastori sardi vessati anche loro dall’erario, mentre lo stato ha fatto morire l’agricoltura, la pastorizia, le campagne.
Poi ci sono gli autotrasportatori, quelli che pagano il gasolio ogni giorno di più, gli unici che fanno muovere l’economia di una regione mortificata, senza strade, senza più treni merci, senza prospettive.
In questo quadro parte da dietrologia: Forconi e scioperanti sostenuti dai fascisti, dai mafiosi, forse da qualche potente (tipo Lombardo).
Partita la delegittimazione dei rivoltosi, che nessuno controlla più, che nessuno ha mai controllato, per la verità, perchè stanno fuori dai soliti circoli. Stanno finendo benzina, farina, gasolio nelle case, vero. Ma è anche finita la pazienza, da tempo. E prima o poi uno si rompe…

LIBERALIZZAZIONI, TUTTO AVANTI AL CENTRO (COMMERCIALE)


C’è una strana eccitazione tutta all’italiana dentro questa storia delle liberalizzazioni, frutto di giusta attesa di equità ed equilibrio del mercato e risultato di una enorme suggestione. Fosse tutto come ci dicono e ci spiegano saremmo vicini alla realizzazione dell’utopia socialista: non tanto e non solo liberalizzazione, ma, azzarderemmo dire, redistribuzione della ricchezza. E pensa un po’ te se è mai possibile che siamo arrivati sin qui per questo. Così sorge qualche dubbio, una tonnellata. Si vuol togliere a qualche casta per dare al popolo? Si vogliono togliere sovranità acquisite nei secoli dei secoli, per aprire il mercato a chi ha voglia di scommettersi e di scommetterci? Mah, proviamo a capire qualcosa.
Benzina. Liberalizzare, fare in modo che si aprano altri impianti e che quelli esistenti non siano più costretti a prendere e vendere il carburante mono marca dai grandi gruppi. Giusto. Ma quali sono le condizioni oggi per aprire un nuovo impianto, cioè chi se lo può permettere? In Sicilia, per esempio, ma vale anche altrove, i nuovi distributori devono avere impianti fotovoltaici per autoalimentarsi, devono avere anche pompe per Gpl-metano, quindi con sistemi di sicurezza elevatissimi, considerata la pericolosità dei carburanti. E, chiaro a tutti ormai, devono essere specie di supermarket on the road per attirare i clienti, anche se non lo impone la legge, ma il mercato. Dite, allora, chi potrà permettersi da domani di declinare l’offerta dei distributori monomarca che garantiscono anche la spesa per aprire e gestire la manutenzione degli impianti. Chi? Gruppi ancora più grandi, pronti a trasferire nelle aree dei centri commerciali i distributori no logo. E siccome dietro la Gdo ci sono i soliti quattro o cinque gruppi internazionali, ecco che la catena di trasmissione è realizzata: fanno tutto loro, acquistano da chi raffina (spesso raffinano pure…), distribuiscono, vendono. E, a quel punto, stabiliranno i prezzi, come quelli delle mozzarelle, degli abiti, delle attrezzature sportive, dell’arredamento, del tutto ciò che sta nella nostra vita quotidiana.
Anche con le farmacie, state attenti, si gioca qualcosa di analogo, perché al di là di chi vuole aprire qualche parafarmacia, esistono già grandi proprietari, raramente farmacisti, di catene di parafarmacie. Un mestiere come un altro, un business straordinario, anche perché, ma questo non si dice, le parafarmacie le vogliono aprire solo nei grandi centri, nei centri dei grandi centri, e nei Centri, quelli commerciali. Nessuno si sogna di aprirne in un paese, dove non ci sarebbe mercato sufficiente, quindi lì che i malati paghino i farmaci di fascia C quanto diavolo vuole il farmacista, altrove liberalizziamo. Stranamente da anni è la solita Gdo a battersi strenuamente per questo. Nessuno difende i privilegi dei farmacisti, ma nessuno racconti che tutto questo si sta facendo per farci pagare l’aspirina qualche euro meno.
Negozi. Già, negozi, liberalizzare l’orario di apertura. Detto e ridetto in tutti i modi: nessuno andrà a comprare alle 10 di sera in via Etnea a Catania o in via Ruggero Settimo a Palermo, un abito, un jeans, forse manco un pacco di pasta. I piccoli e medi esercizi dovrebbero produrre uno sforzo titanico per stare aperti un po’ di più, per non concludere nulla. In compenso, però, chi è andato al Centro commerciale alle 1 per fare un giro dei negozi, alle 20.30 al multisala, alle 22.30 a mangiare la pizza là dentro, beh a mezzanotte può comprare un cd, una maglietta, fare benzina e, se serve, acquistare anche una confezione di Viagra in parafarmacia. Chi ci resterà strafottuto lo lasciamo stabilire a voi. Con buona pace della redistribuzione della ricchezza…

PD-MPA, MA IL VERO LUPO CHI E’?

Ironizza qualcuno che in casa Pd ha ancora voglia di farlo: a questo punto il quesito per il referendum con la base per l’appoggio al governo Lombardo lo scriva lo stesso Lombardo. Facciamo prima, risparmiamo tempo e liti e non se ne parla più. Il problema è che passando da destrutturazione in destrutturazione, inevitabilmente in uno scenario politico i nodi prima o poi emergono. In Sicilia è accaduto questo e siamo quasi al redde rationem. Perchè oggi il presidente della Regione e leader del Mpa, Raffaele Lombardo, dopo avere smontato pezzo per pezzo l’accordo con il Pdl, avere contribuito in qualche modo alla lacerazione dei centristi dell’Udc, dopo avere messo una buona parola e ottimi argomenti per far dilaniare i Democratici tra loro, dopo avere spinto con Fini per il divorzio da Berlusconi e la nascita di Fli, oggi si trova al bivio: deve raccogliere quel che c’è, deve cercare di tenere uniti i pezzi dei pezzi. E’ una parola, perchè, nel frattempo, sono successe un paio di cose che hanno allargato l’orizzonte di quasi tutti i partner del governatore. Se il trionfo di Lombardo è arrivato con le dimissioni di Berlusconi, dopo che era stato lui in Sicilia il primo, e sino ad allora il solo, ad isolare i berlusconiani mettendoli fuori dal governo e dalla maggioranza, tutto ciò che è seguito ha un po’ scombussolato i piani e fatto barcollare gli accordi.
Il Pd nazionale vive eternamente nelle perplessità, nel dubbio, tentato dagli accordi a sinistra con Di Pietro e Vendola, ma anche con la Federazione di Sinistra che sta recuperando consensi nei sondaggi. Per questo ha rallentato nel dialogo con i centristi, anche perchè sente un Casini troppo forte e un Fini meno consistente. Inevitabili le ricadute suggerite a Bersani sul caso Sicilia da trattare con estrema prudenza. La linea ha ricaricato l’opposizione nell’isola contro i lombardiani del Pd, Cracolici, Lumia in testa e la pattuglia nutrita all’Ars e si è arrivati al referendum che si farà, brutta rogna perchè dopo il voto qualcuno e qualcosa si dovrà decidere.
Lombardo, peraltro, ci arriva con l’Udc che sconvolge i piani e annuncia che può anche allearsi con il Pdl. Può essere che sia solo questione legata alle Amministrative, ma se D’Alia ha incontrato Castiglione è anche vero che Casini ha visto più volte Alfano. E chi può escludere un riverbero tra Palermo e Roma?
Gli altri fanno da gregari in Sicilia, visto il peso che hanno, tutto è nelle mani di Lombardo e dei vertici del Pd, che procedono divisi e confusi disorientando ulteriormente, se fosse possibile si capisce, la base, i simpatizzanti, gli elettori.
Con la conseguenza possibile, annunciata da Lombardo, che se il Pd non si rimette in riga dal governo tecnico gli uomini dei Democratici se ne dovranno andare. Dopo quello dell’Udc, per giunta. A quel punto quanti pezzi resteranno per fare un governo intero a Lombardo?

MA C’E’ CHI DICE CHE LA CRISI NON ESISTE

L’aspetto più doloroso e molto irritante è quello del negazionismo.La crisi non c’è, non è mica così grave, in fondo si continua a vivere. Odiosa posizione di chi preferisce far finta di nulla, di chi, in fondo, è infastidito dal blitz della Guardia di Finanza in quel di Cortina, dove le Fiamme Gialle sono andate a verificare se chi vende gioiellini da migliaia di euro, abitini da 1200 euro, e chi acquista lasciando in doppia fila Suv e fuori serie da 100 mila euro in su, rispetta il fisco. Fastidio e insofferenza, non si può far fuggire il ricco dal paradiso terrestre alla vigilia di Capodanno. E’ un pezzo di Italia.
Poi c’è l’altro pezzo, quello che le tasse se le vede prelevate tutte dalle buste paga, quello che deve far quadrare i conti di economie domestiche sempre più traballanti. Raccontiamo oggi sul giornale il caso emblematico di una famiglia tipo siciliana: padre, madre, due figli che vanno a scuola. E’ la storia di tagli feroci che, attenzione, non toccano la sfera degli oggetti, delle cose, dei capricci, ma quella di aspetti essenziali della vita quotidiana, che dovrebbero assicurare una discreta vivibilità, uno stile di vita sobrio (come si usa dire tanto di questi tempi), ma con qualche sfumatura di decenza.
La mannaia si abbatte sulla qualità dei cibi, ricorrendo sempre più ai prodotti sottocosto, e non parliamo di salmone e caviale, ma pasta, latte, formaggi. Si abbatte sulle attività sportive, che non sono sci alpino con elicotteri, moto d’acqua con yatch, ma qualche scuola calcio e tennis, semplice nuoto o qualche seduta di pilates.
Le famiglie del ceto medio, che barcollano paurosamente verso l’anticamera del disagio sociale (non diciamo della povertà, perché quella è altra cosa), rinunciano al viaggetto annuale, ma anche al week end fuori porta, ma, soprattutto, non hanno staccato quest’anno l’abbonamento al teatro e disertano i cinema. Questo è l’attacco finale alla cultura, se vogliamo, l’invito coatto a restarsene davanti alla tv a digerire quel che passano i conventi e a disertare spettacoli da cui affiori qualche pensiero leggermente più smarcato dalla “non cultura” imperante.
Il quadro è più che allarmante, tanto più se si pensa che si comincia a rinunciare, quando è possibile, anche alle cure mediche. E ai negazionisti incalliti qualcuno ricorda che la crisi che viene da lontano stiamo cominciandola a pagare oggi, noi. Il peggio deve ancora arrivare. Inseguiti alcuni da bollette, multe, tagli, sacrifici, altri, forse, dalla Guardia di Finanza che turba le vacanze dei Vip. Che rappresentano l’altro pezzo del paese. Quale pezzo? Va da sé…

SICILIA POLITICA, BANDIERA DA AMMAINARE

A sensazione si direbbe che l’intera classe politica siciliana con la fine del 2011 potrebbe ritenersi archiviata, senza possibilità d’appello. Uomini e partiti, quasi indistintamente dal centrodestra al centrosinistra. Lo fanno pensare gli ultimi eventi, le spaccature interne ai partiti, quelle tra i partiti, quelle tra ex alleati, rialleati, poi di nuovo separati. Che dietro ci sia poca strategia politica e molto opportunismo di circostanza non sfugge a nessuno, ma proprio per questo sembra di essere all’epilogo di una storia che nel giro di tre anni e mezzi ha sconquassato tutto il panorama regionale.
L’Udc ha lasciato Lombardo ed il governo (più o meno) tecnico. A muovere il partito di Casini, dicono i comunicati ufficiali, la voglia di imprimere un’accelerazione alla definizione di un reale progetto di Terzo polo. In verità, altri spiegano, l’Udc ha bisogno in Sicilia di rendersi autonomo dall’abbraccio soffocante del primo partito del Terzo polo, cioè l’Mpa di Lombardo, anche per avere forza di negoziazione sua a livello nazionale quando si definiranno i percorsi alternativi al governo Monti verso le elezioni. Meglio smarcarsi oggi, dunque, da Lombardo.
Il quale è alle prese anche con le incertezze eterne del Pd, che molto stucchevolmente continua a ripetere un giorno sì e uno pure che il governo regionale dovrebbe fare un salto di qualità, che sarebbe arrivato il tempo di accelerare sulle riforme, che sino ad oggi poco si è fatto e quel poco lo ha fatto il Pd, non certo i compagni di governo tecnico. Detto e ridetto sino alla noia, al punto che non ci crede più nessuno. Il fatto è che il Pd chiude l’anno lacerato, con il referendum pro-contro Lombardo fissato, e con auterevoli esponenti del partito che ripetono da mesi che più che un accordo Pd-Mpa, esiste un’intesa Lombardo-Cracolici-Lumia, con qualche colonnello fedele ma il resto dei partiti piuttosto distaccati e critici.
Resta il fatto che Lombardo deve fare i conti anche con questa situazione e con il suo partito che per lo meno da un anno è in attesa della “naturale evoluzione”, ovvero di una rifondazione vera e propria. Lombardo l’ha annunciata più volte e sempre rimandata, anche perchè metterla in atto significherebbe attribuire cariche e ruoli. A chi? Vicinissimi al leader Pistorio, D’Agostino che sono tra i più attivi, ma bisogna pur fare i conti con Lino Leanza, che ha creato Articolo 4, la sua associazione, ma non può restare eternamente incartato in un partito in attesa di definizione e di strategie. Una convention ogni sei mesi, con l’annuncio di nuove dirigenze e nuove direzioni non ha fatto cambiare marcia all’Autonomia, nè pare vicina la svolta.
Poi c’è il Pdl. Il coordinatore regionale, Giuseppe Castiglione, legatissimo ad Alfano, ricorda i dati del tesseramento siciliano molto confortanti, ma il malessere nel partito di Berlusconi c’è, la tensione tra le varie anime sale, quelli ex An sono a loro volta divisi tra loro e si sta cercando di capire quale sarà il percorso che verrà seguito e da chi. Sarà un bel problema tenere unito il vecchio gruppo, cercare di spingerlo verso le alleanze a cui Alfano sta lavorando senza che ognuno non provi a negoziare la sua di parte negli accordi a venire. Ad attendere l’eventuale destrutturazione parziale del Pdl è, primo fra tutti, Miccichè con Grande Sud, ma anche i casiniani un po’ ci contano.
Nel frattempo La Destra di Musumeci spera di potere andare all’incasso di qualcosa che fuoriesca dal Pdl e viri a destra e che scoppi un ulteriore malcontento nel Fli, che si sente schiacciato da Lombardo, anche se qualcuno rimproverebbe a Storace di avere accettato l’intesa con Berlusconi proprio nel momento in cui calavano le tenebre sul Cavaliere. Il Pid è alle prese con le complicazioni del caso-Romano, l’Api con una definizione che fa i conti con le sfumature confuse del terzopolismo isolano, mentre le scelte per le Amministrative stanno provocando, da destra a sinistra, altri botti di fine anno. Quasi tutti ispirati da un insano autolesionismo.
Così la politica siciliana si congeda dal 2011 e augura a tutti buon anno nuovo. E se lo dicono loro…

PENSIERI DI FINE ANNO IN LIBERTA’ (VIGILATA)

SENZA VERGOGNA E NON SE NE VOGLIONO ANDARE


Il Parlamento non vuole essere commissariato dal governo, soprattutto quando si tratta degli stipendi della casta. Così decideranno i deputati quanto e se e quando tagliarsi gli stipendi. Bersani s’incazza quando sente qualcuno dire che i politici agli occhi dell’opinione pubblica sono sempre più tutti uguali. Sarà. Intanto l’altro giorno sentivo alla radio deputati del centrodestra e del centrosinistra sostenere le stesse ragioni: non è che si guadagni tanto per quel che si fa, per le spese che uno ha, per gli impegni economici che bisogna sostenere. Un solo coro, da destra a sinistra, dei parlamentari. Forse sarebbe quanto meno oggi il tempo di tacere, anzichè cercare di convincerci che gli stipendi non bastano a vivere bene ead assicurarsi un posto al sole per tutta la vita. Il fatto è che sono senza vergogna, eletti una volta quasi sempre restano là dentro, nel circo della politica per tutta la vita. Anche quando la gente non li vota più, i partiti li infilano in sottogoverni, partecipate, consigli d’amministrazione. Qualcuno li vota una volta e poi li paghiamo per tutta la vita, non c’è nessuno che, perduto il consenso, tolga il disturbo, tranne rarissimi casi che non ricordo (forse perchè non ce n’è, bah). Ora non vogliono essere commissariati dal governo. Da quel governo che non ha fatto in tempo a toccare i poteri forti per rimettere in ordine i conti, e si è accanito sul ceto medio, sui pensionati, sugli statali, sui dipendenti. Salvando la chiesa, salvando i poteri forti e quelli occulti, salvando le banche, salvando i capitali che stanno all’estero e potranno rientrare pagando il prezzo di una raccomandata con ricevuta di ritorno. Stanno lì, il governo Monti che ha fatto una manovra alla Tremonti, gli onorevoli che stentano ad arrivare a fine mese, i deputati siciliani che sono dentro un’Assemblea di arrestati ed indagati e tutto sembra loro normale, tanto stanno giocando al risiko delle alleanze, degli accordi per le amministrative, dei trasversalismi. E non se ne vogliono andare mentre la gente muore di fame e mentre si rischia non solo la catastrofe sociale, ma anche un rigurgito di anni di piombo. Perchè alla fine c’è sempre chi si incazza più degli altri di fronte a questa eterna vergogna.

DAVANTI A TV E RADIO TUTTI SCOMPISCIATI


Confesso un mio limite, fatico a ridere guardando film e spettacoli in tv fatti per divertire la gente. Il cabaret non mi piace, quasi tutto, tranne rarissime eccezioni, che non cito perchè non le ricordo. Ognuno è libero di riderci su, per carità, ma siamo proprio sicuri che con ’sta storia che la vita è pesante, che non si può pensare solo alla crisi e al disagio, non stiamo esagerando riempendo i palinsesti delle tv di comici, a tutte le ore, su tutti i canali? Fiorello ha fatto la sua parte, esaltato dai dati d’ascolto (anche Sanremo e il calcio fannoi ascolti bestiami e qualche volta anche i reality…) e da critici che si sono persino emozionati. Addirittura. Poi, butto giù a memoria, ci sono Zalone, Crozza, Zelig, Colorado, ogni canale e ogni trasmissione la mettono lì a ridere, a suscitare sorrisi, ilarità, a trasformare i comici in opinionisti. Qualcuno dirà meglio di Fede, può essere. Ma non credo che questo paese, appena uscito dalla palude della cultura (?) berlusconista, oggi abbia tutto questo bisogno di riderci su. Non solo, per lo meno. Invece è una sganasciata generale, anche alla radio, aggiungo. Non c’è network, non c’è canale Rai (terzo escluso, ma quella è un’oasi), che non abbiano trasmissioni dove ogni trenta secondi i conduttori si scompisciano di risate, senza senso.

O c’è una esagerazione in tutto questo o, lo ammetto, sono diventato vecchio e non ne posso più di ’ste cazzate. Anche perchè più vedo questa gente passare per il video (pochi istanti…), meno rivedo gente come Paolo Rossi, i Guzzanti, Mercorè, per fare qualche nome che riconcilia pensiero e satira. No, no, ma è certo, sono diventato vecchio, tranquilli.

DIALOGHI SULLA CRISI REALE

In un ufficio postale, aspettando il mio turno (numero 35) per fare una raccomandata. Due donne accanto a me parlano di lavoro, di spesa da fare, di bambini accompagnati a scuola, di buoni libro da ritirare. Ascolto, inevitabilmente. Una, visibilmente scossa, dice all’altra parlando un po’ in dialetto e un po’ no: “Mi chiamau dda signora pe pulizie a so casa. Ci rissi sì, che dovevo fare. Quanno chiurii u telefono me figghia mi spiau: cu era, a signora XXXX, vero? E picchì ci dicisti sì, dopo comu ti trattau? Ma che devo fare, ci potevo dire no? I soldi mi servono. L’altro giorno fici due ore a puliziari scale, un’ora da un’altra signora. Pigghiai in tutto 35 euro in una settimana. E chi ci campamu? Me maritu è a casa, non lo hanno chiamato più per quel cantiere. Dice ca chiuriu, ca aspettano i soldi da Regione. Chi sacciu, mischineddu che deve fare?”.
Non è un dialogo originale, nel senso che ci sono mille repliche in corso, sullo stesso tema, lo stesso tenore, la stessa disperazione. Gente che non campa più. L’altra signora ha risposto: “Lo sai che ho ripreso a guidare. Perchè se non guidi non puoi prendere lavori lontano. Mi avevano chiamato da un condominio di Tremestieri per le scale. E comu ci vaiu a Tremestieri? Dovevo essere la mattina alle 7 là, ma ho il bambino da portare alla scuola, me mamma ca voli fatta a spisa picchì non cammina più. Ora se trovo una Panda vecchia, ma che cammina, magari m’accattu e posso prendere qualche lavoro fuori dalla città”.
Bisognerebbe che chi si occupa di spread, di euro, di recessione, di Ici, di patrimoniale, di buon governo e cattivo governo, ascoltasse un po’ queste parole, ragionasse sul mondo reale, sulla crisi reale, sulla povertà reale, mentre c’è già il tutto esaurito alle Maldive per il Capodanno e non si trova posto per una settimana bianca tra il Sestriere e Cervinia. Perchè la crisi c’è, ma non per tutti.

SICILIA CHE FRANA, STATO CHE FRANA

Non è questione di quanta pioggia cada, poca o tanta che sia. Il fatto è che la Sicilia, come del resto 3/4 del nostro paese, non sopporta più un litro di acqua supplementare, non regge più, si sbriciola. E nessuno fa niente. A Giampilieri l’allora gran capo della Protezione Civile, Bertolaso, esordì tra i morti nel fango dicendo che la colpa era dell’abusivismo edilizio. Invece proprio a Giampilieri, 35 morti, l’abusivismo c’entrava ben poco o niente. A Saponara discorso uguale, anche se il nuovo capo del Dipartimento della Protezione civile, qua anzichè cercare responsabili qua e là, ha bollato come “frutto avvelenato” quel decreto Milleproroghe fatto dal governo e votato dal Parlamento, che di fatto ha negato i fondi, 160 milioni, alle aree del Messinese colpite da alluvioni e frane negli ultimi due anni. Bene ha fatto Gabrielli a ricordarlo. Ma adesso si dovrebbe cominciare a fare sul serio. A Saponara già da una settimana la gente sapeva che i fiumi stavano gonfiando, che gli argini non avrebbero retto e che i costoni di colline, per quanto ricchi di alberi e vegetazione, avrebbero rovesciato fango e detriti. I tre morti sono stati una tragica fatalità, ma sarebbero potuti essere anche trenta, oppure niente se fosse andata bene. Ma si può continuare a vivere accanto, sopra o sotto bombe di pioggia, oppure su terreni friabili che rischiano, come a San Fratello, di richiudersi su se stessi, di ritirarsi e di far sparire interi paesi? Intanto siamo in questa situazione: in pochi decenni abbiamo speso 200 miliardi per fronteggiare le emergenze-alluvioni e ne abbiamo stanziati appena 23 per la prevenzione. Questo è lo scandalo. Com’è scandaloso che il 20% dei fondi stanziati per la prevenzione dal governo Berlusconi (ridotti per la crisi rispetto alla dotazione iniziale) siano finiti per le emergenze in Toscana, in Liguria, nel Messinese. Non una lira per la messa in sicurezza e se pensiamo che a Catania c’è la collina di Acitrezza che frana e che è ad altissimo rischio, beh si vive dentro uno psicodramma che può diventare tragedia in ogni momento. Uno Stato serio dovrebbe pensarci per tempo, prevenire, non partecipare ai funerali. Per favore…

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